Eugenio Cefis: il burattinaio invisibile d’Italia e la vera storia dell’ENI

La storia dell’Italia repubblicana assomiglia spesso a un teatro d’ombre, un palcoscenico dove le istituzioni democratiche si muovono manovrate da fili invisibili. Al centro di questo reticolo di poteri non elettivi, per oltre un ventennio, si è stagliata la figura di Eugenio Cefis. Più che un politico o un imprenditore, Cefis è stato l’eminenza grigia per eccellenza: il dominus assoluto dell’ENI e poi della Montedison, capace di influenzare ministri, apparati di sicurezza e gli equilibri della geopolitica nazionale.

Egli stesso descriveva l’Italia come una «limousine senza motore»: un Paese dall’involucro istituzionale intatto, ma la cui spinta propulsiva era gestita da chi controllava leve finanziarie ed energetiche. L’essenza del suo potere fu sintetizzata in una battuta attribuita a Enrico Cuccia al momento delle dimissioni di Cefis dalla Montedison: «Non mi aspettavo che accettasse, credevo che Lei avrebbe fatto il colpo di Stato».

Da Bascapè a Palazzo Mattei

Tutto comincia il 27 ottobre 1962, quando il bireattore Morane-Saulnier su cui viaggiava Enrico Mattei precipita nelle campagne di Bascapè. Mattei, fondatore dell’ENI, aveva perseguito una politica energetica indipendente, sfidando le grandi compagnie petrolifere internazionali e aprendo anche al greggio sovietico.

Dopo la morte di Mattei, la guida dell’ENI passa a Eugenio Cefis. Ex partigiano, uomo pragmatico e riservato, imprime subito un cambio di rotta. Accantona la linea del predecessore e riallinea l’Italia agli equilibri occidentali, rafforzando parallelamente il controllo interno.

L’ENI diventa un centro di potere politico, economico e mediatico. I fondi dell’ente vengono utilizzati anche per consolidare relazioni strategiche con la politica e l’informazione. La gestione dell’immagine pubblica di Cefis era rigidamente controllata, al punto che nel quotidiano Il Giorno il suo nome veniva trattato con estrema cautela.

La conquista della Montedison

Nel 1971 Cefis estende la sua influenza alla Montedison, assumendo il controllo del più grande gruppo chimico privato italiano. Nasce così un colosso chimico-energetico che cambia gli equilibri industriali del Paese.

Fu in quel contesto che Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani parlarono di “borghesia di Stato”: una nuova classe dirigente che gestiva enormi risorse pubbliche con logiche di potere privato.

Ma l’espansione aveva un costo enorme. Nel 1977, con i conti in forte sofferenza e senza più pieno sostegno finanziario, Cefis lascia improvvisamente la scena e si ritira in Svizzera.

Apparati paralleli e ombre politiche

La figura di Cefis è stata spesso associata anche alle zone più oscure della Prima Repubblica.

Tra i filoni più discussi vi è quello del cosiddetto “Anello”, struttura clandestina parallela legata agli apparati di sicurezza del dopoguerra.

Un altro tema ricorrente riguarda i presunti legami con la P2. Alcune ricostruzioni investigative e giornalistiche hanno ipotizzato un ruolo più ampio di quello comunemente attribuito a Licio Gelli, anche se il tema resta oggetto di dibattito storico.

Pasolini e il mistero Petrolio

Uno dei capitoli più controversi riguarda Pier Paolo Pasolini.

Negli ultimi mesi della sua vita, Pasolini stava lavorando a Petrolio, un’opera che affrontava potere economico, politica e misteri italiani. Secondo diverse ricostruzioni, il personaggio di “Aldo Troya” avrebbe richiamato la figura di Cefis.

Parte del materiale preparatorio non fu mai recuperato integralmente dopo l’omicidio dello scrittore. Questo ha alimentato per decenni ipotesi e interrogativi sul possibile intreccio tra la sua ricerca e i poteri che stava indagando.

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