Il Mosaico di Fango e Sangue: la brutale fine di Sacko Bakari e l’omertà di Taranto Vecchia

L’alba del 9 maggio 2026 non ha portato con sé il consueto risveglio laborioso delle campagne ioniche, ma ha rigettato sul selciato di Piazza Fontana, nel cuore pulsante e ferito della Città Vecchia di Taranto, il corpo martoriato di un uomo che della fatica aveva fatto la propria ragione di vita. Sacko Bakari (noto anche come Sako Bakary), trentacinquenne originario del Mali, è caduto sotto i colpi di una violenza di gruppo che ha trasformato la noia esistenziale in una furia omicida. Questo non è solo un brutale caso di cronaca nera, ma il sintomo terminale di un collasso sociale che mescola la spietatezza del disagio giovanile con l’indifferenza e la connivenza degli adulti.

L’invisibile dalla dignità d’acciaio

Per comprendere l’abisso di questo delitto, è necessario sottrarre Sacko Bakari alla polvere delle statistiche criminali e restituirgli la sua storia di uomo. Arrivato regolarmente a Taranto nel 2022, per anni aveva lavorato come cameriere in un ristorante locale, guadagnandosi la stima di tutti per la sua natura silenziosa, gentile e straordinariamente affidabile. In seguito alla chiusura dell’attività, non si era perso d’animo, rimboccandosi le maniche e accettando la durissima vita del bracciante agricolo nelle campagne di Massafra.

La sua era un’esistenza fatta di sacrifici in sella a una bicicletta, un ponte ininterrotto d’amore e responsabilità verso il Mali, dove inviava i risparmi per mantenere fratelli, sorelle e due mogli, entrambe in dolce attesa. I figli che tanto desiderava non vedranno mai il volto del padre. Come ha ricordato il fratello Souleymane, precipitato in Puglia disperato per sbrigare le pratiche del rimpatrio, a Bakari è stata tolta la vita senza alcun motivo, spezzando il cuore a un’intera comunità.

L’anatomia del male e l’allargamento del branco

La dinamica dell’omicidio, avvenuto tra le prime luci dell’alba, delinea un quadro di raccapricciante ferocia. Quella mattina, prima di prendere il bus per i campi, Bakari si era fermato in un bar di Piazza Fontana. Lì è scoppiato un alterco per motivi di una futilità disarmante. Ne è scaturita un’aggressione in puro stile “Arancia Meccanica”.

Inizialmente, le indagini della Squadra Mobile avevano portato al fermo di cinque giovani: il ventenne Fabio Sale e quattro minorenni, tra cui il quindicenne che ha poi confessato di aver sferrato i colpi letali all’addome e ha fatto ritrovare l’arma del delitto. Ma la spirale di violenza si è rivelata ancora più larga: nelle ore successive, la Polizia ha eseguito un sesto fermo per omicidio volontario. Si tratta del ventiduenne Cosimo “Mimmo” Colucci, accusato di essere stato attivamente partecipe alla caccia all’uomo e al brutale pestaggio culminato nel sangue. Il branco, unito da un vuoto pneumatico di valori e da un razzismo latente che deumanizza la vittima, ha agito braccando l’uomo lungo la piazza come in un safari urbano.

Le ombre degli adulti: omertà e favoreggiamento

Tuttavia, l’aspetto forse più agghiacciante di questa tragedia è che il male non si è esaurito tra le maglie della “baby gang”, ma ha trovato terreno fertile nell’omertà degli adulti. Il proprietario del bar di Piazza Fontana in cui è scaturita la lite è finito a sua volta nel registro degli indagati con la gravissima accusa di favoreggiamento nei confronti del ventiduenne Colucci.

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, la condotta del barista sarebbe stata raggelante: quando Bakari è rientrato nel locale per cercare rifugio, già gravemente ferito dai fendenti, il titolare lo avrebbe invitato a uscire immediatamente, senza allertare in alcun modo le forze dell’ordine o chiamare un’ambulanza. Solo quando l’uomo si è accasciato esanime a terra in una pozza di sangue, altre persone presenti – tra cui alcuni degli stessi aggressori – lo avrebbero trascinato fuori dal locale. Ad aggravare la posizione dell’esercente ci sarebbero delle intercettazioni in cui ammetteva di conoscere bene Colucci, contraddicendo palesemente quanto aveva giurato alla Polizia in un primo momento.

A fronte di queste condotte e dei controlli pregressi, che avevano già identificato nel locale la presenza assidua di pregiudicati per reati di spaccio, rapina, estorsione e associazione a delinquere, il Questore di Taranto ha firmato un provvedimento perentorio: la licenza del bar è stata sospesa per 60 giorni per motivi di ordine e sicurezza pubblica.

Il risveglio di Taranto contro la “futilità armata”

Questo barbaro omicidio ha scosso nel profondo la coscienza sana della città. Don Emanuele Ferro, parroco della Città Vecchia, ha tenuto un’omelia durissima, parlando senza mezzi termini di una “futilità armata dal razzismo” e invitando la comunità a provare un senso di profonda vergogna, specialmente per chi sceglie di giustificare i propri ragazzi dando “ignominiosamente le spalle al morto per terra”.

In risposta a questo clima di terrore, omertà e degrado, la società civile ha deciso di reagire. Il 14 maggio, associazioni come Libera, Babele Aps, Mediterranea Saving Humans e la Comunità Africana hanno organizzato un presidio molto partecipato proprio sul selciato di Piazza Fontana, ribadendo che Taranto non può e non deve restare in silenzio, e avviando contemporaneamente una raccolta fondi per sostenere il rimpatrio della salma del lavoratore.

L’omicidio di Sacko Bakari non è un incidente di percorso, ma il risultato di un fallimento educativo e istituzionale radicato, che parte dai banchi di scuola vuoti e arriva alla tolleranza verso la criminalità urbana, avallata dagli sguardi voltati dall’altra parte. Quella bicicletta rimasta abbandonata in piazza è l’emblema di una dignità schiacciata dalla “banalità del male”. Ora, la vera sfida per Taranto è trasformare il dolore in una rinascita civica inflessibile, affinché nessun invisibile debba più morire solo, espulso persino dal rifugio di un bar in una fredda alba di maggio.

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